Ekpyrosis – 24 ottobre 2026 – Teatrino Civico di Chivasso

Sabato 24 ottobre 2026 alle ore 21 presso il Teatrino Civico di Chivasso Foravia APS e la Comunità Mafalda presentano, in memoria di Massimo Fiorindo, una nuova replica di Ekpyrosis, ovvero “le pietre di mia madre” – Coproduzione Foravia APS – Teatro a Canone.

Ekpyrosis Sabato 24 ottobre 2026 alle ore 21 presso il Teatrino Civico di Chivasso

Le persone che amiamo e che ci hanno lasciato non sono più dov’erano ma sono sempre dove siamo noi. Tutti i ricordi sono però destinati a svanire nel tempo. Bisogna raccontarli a qualcuno prima che sia troppo tardi. La protagonista del nostro racconto usa le pietre per creare sentieri nel giardino della sua casa di campagna. Solo pietre bianche e azzurre.

Ekpyrosis è un’antica parola greca che sta a indicare la rinascita dell’universo dopo la sua distruzione avvenuta attraverso il fuoco. Anche “atomos”, è una parola greca, che significa indivisibile. L’ateniese Democrito riteneva inconcepibile che la natura fosse composta da parti sempre più piccole senza alcun limite, e immaginò che ci dovesse essere una particella minima e indivisibile. L’idea di energia come causa delle trasformazioni era familiare agli antichi Greci: in greco antico, energia significa proprio attività. L’energia può assumere molte forme, ma non viene mai creata né distrutta: complessivamente l’energia si conserva sempre. La formula E=mc2 sancisce l’equivalenza tra massa ed energia. Questa equazione ha spinto a cercare sistemi di produzione di energia derivanti dalla trasformazione dell’energia di massa a livello nucleare. La strade possibili sono due: la fissione, in cui si rompono nuclei atomici più grandi in nuclei più piccoli, e la fusione, in cui si uniscono nuclei piccoli a formarne uno più grande.

Prima dell’era quantistica, la fisica classica era riuscita a descrivere un mondo fatto di frecce e palle di cannone lanciate secondo traiettorie precise, di pianeti in orbita e in rotazione su se stessi, di comete che ritornavano al tempo previsto, di macchine a vapore che svolgevano il loro utile lavoro, di telegrafi e motori elettrici. All’inizio del ‘900 ci si rese conto che applicare le stesse leggi al mondo microscopico degli atomi non funzionava così bene, invece la meccanica quantistica riusciva a spiegare tali fenomeni. A livello atomico, l’incertezza è l’unica certezza. L’indeterminazione è un tratto caratteristico del mondo
quantistico, una sua proprietà insuperabile. Esiste un limite fondamentale a ciò che possiamo conoscere di un sistema atomico. Non siamo in grado di descrivere il comportamento passato di una particella finché una misura non la inchioda. Il percorso viene a esistere soltanto quando lo osserviamo. E non possiamo nemmeno prevederne il comportamento futuro. Non esistono cause ed effetti, ma soltanto probabilità.

Nel 1939, poco dopo l’invasione della Polonia da parte di truppe tedesche, Einstein scrisse una famosa lettera al presidente Franklin Delano Roosvelt per metterlo in guardia sui possibili programmi nucleari tedeschi. Fu però l’attacco a Pearl Harbor a stimolare un maggiore sforzo americano sullo sviluppo di ordigni atomici che culminò nel 1942 con l’istituzione del Progetto Manhattan guidato dal fisico Oppenheimer, in una base segreta a Los Alamos, nel deserto del New Mexico. Fu uno dei più grandi progetti scientifici e tecnologici della storia e anche molto costoso. Il progetto avrebbe portato alla costruzione delle prime bombe atomiche: quella testata il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel deserto del New Mexico e le due sganciate poche settimane dopo su Hiroshima e Nagasaki. Ognuna delle due bombe uccise all’istante decine e decine di migliaia di persone.

drammaturgia
Marco Galati
consulenza scientifica
Luca Albertone
regia
Marco Galati e Luca Vonella
in scena
Lucio Barbati, Stefano Cerva, Francesca Scapola
Fabiola Tamburelli e Flavia Tironi
fuori scena
Andrea Bernardini, Paolo Botto, Andrea Di Fini, Federico Fantinati
Fabrizio Gasparella e Edoardo Nalin

Una vita all’istante – sabato 11 aprile 2026 – Teatrino Civico Chivasso

Babel Crew

“una storia d’amore raccontata attraverso le poesie di Wislawa Szymborska”

Una vecchia oscilla sulla scala e, incapace di muoversi, rievoca un passo a due che conduce attraverso le fasi di una vita, con uno sguardo ironico e pieno d’incanto che comprende vita e morte: le prime domande sull’identità, l’incontro con l’amore tra timidezze e passi sgraziati, un matrimonio soffocante, il riappropriarsi della libertà ponendo fine alla relazione per rientrare poi nella gabbia di una quotidianità straniante; attimi di realtà e immaginazione affiorano nel flusso di ricordi richiamati dalla scena, una scena doppia. Il legame non convenzionale della poetessa con lo scrittore Kornel Filipowicz ne è il motore: i due si incontrano per la prima volta da giovani per poi ritrovarsi vent’anni dopo e restare legati per ventitré intensi anni nei quali lei continua a vivere nel suo bilocale di 60 mq con 600 cassetti, lui in un altro appartamento con il suo gatto. Realtà e sogno si intrecciano indissolubilmente mentre il tempo ora si dilata ora si restringe permettendo alla Morte di fare le sue consuete entrate e uscite di scena.
Nota per la sua riservatezza e ironia accetta il Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 con un discorso illuminante nel quale sostiene: “Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza al dolore, qualunque cosa noi pensiamo di questo sconfinato teatro per il quale abbiamo sì un biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata da due date precise, resta comunque sorprendente.” Non ama parlare di sé, né tantomeno rilasciare interviste, ritiene che tutto ciò che vuole dire è nella sua poesia. Sopporta con fatica l’improvvisa notorietà dovuta al Nobel, “la tragedia di Stoccolma”, tanto che per i due anni successivi smette di scrivere poesie e afferma che il Premio avrebbe dovuto riceverlo Kornel Filipowicz, scrittore di romanzi e suo grande amore.

di e con Valentina Chiribella
testi Wislawa Szymborska
disegno luci Gabriele Gugliara

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