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Ci vediamo a teatro venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21,00.

 

Ekpyrosi – Le pietre di mia madre

drammaturgia
Marco Galati
consulenza scientifica
Luca Albertone
regia
Marco Galati e Luca Vonella
in scena
Lucio Barbati, Stefano Cerva, Anna Fantozzi,
Francesca Scapola e Flavia Tironi
fuori scena
Andrea Bernardini, Claudio Boero, Paolo Botto,
Adriano Ferrante e Fabrizio Gasparella

Le persone che amiamo e che ci hanno lasciato non sono più dov’erano ma sono sempre
dove siamo noi. Tutti i ricordi sono però destinati a svanire nel tempo. Bisogna raccontarli a
qualcuno prima che sia troppo tardi. La protagonista del nostro racconto usa le pietre per
creare sentieri nel giardino della sua casa di campagna. Solo pietre bianche e azzurre.
Ekpyrosis è un’antica parola greca che sta a indicare la rinascita dell’universo dopo la sua
distruzione avvenuta attraverso il fuoco. Anche “atomos”, è una parola greca, che significa
indivisibile. L’ateniese Democrito riteneva inconcepibile che la natura fosse composta da
parti sempre più piccole senza alcun limite, e immaginò che ci dovesse essere una particella
minima e indivisibile. L’idea di energia come causa delle trasformazioni era familiare agli
antichi Greci: in greco antico, energia significa proprio attività. L’energia può assumere
molte forme, ma non viene mai creata né distrutta: complessivamente l’energia si conserva
sempre. La formula E=mc2 sancisce l’equivalenza tra massa ed energia. Questa equazione
ha spinto a cercare sistemi di produzione di energia derivanti dalla trasformazione
dell’energia di massa a livello nucleare. La strade possibili sono due: la fissione, in cui si
rompono nuclei atomici più grandi in nuclei più piccoli, e la fusione, in cui si uniscono
nuclei piccoli a formarne uno più grande.

Prima dell’era quantistica, la fisica classica era riuscita a descrivere un mondo fatto di frecce
e palle di cannone lanciate secondo traiettorie precise, di pianeti in orbita e in rotazione su se
stessi, di comete che ritornavano al tempo previsto, di macchine a vapore che svolgevano il
loro utile lavoro, di telegrafi e motori elettrici. All’inizio del ‘900 ci si rese conto che
applicare le stesse leggi al mondo microscopico degli atomi non funzionava così bene,
invece la meccanica quantistica riusciva a spiegare tali fenomeni. A livello atomico,
l’incertezza è l’unica certezza. L’indeterminazione è un tratto caratteristico del mondo
quantistico, una sua proprietà insuperabile. Esiste un limite fondamentale a ciò che possiamo
conoscere di un sistema atomico. Non siamo in grado di descrivere il comportamento
passato di una particella finché una misura non la inchioda. Il percorso viene a esistere
soltanto quando lo osserviamo. E non possiamo nemmeno prevederne il comportamento
futuro. Non esistono cause ed effetti, ma soltanto probabilità.
Nel 1939, poco dopo l’invasione della Polonia da parte di truppe tedesche, Einstein scrisse
una famosa lettera al presidente Franklin Delano Roosvelt per metterlo in guardia sui
possibili programmi nucleari tedeschi. Fu però l’attacco a Pearl Harbor a stimolare un
maggiore sforzo americano sullo sviluppo di ordigni atomici che culminò nel 1942 con
l’istituzione del Progetto Manhattan guidato dal fisico Oppenheimer, in una base segreta a
Los Alamos, nel deserto del New Mexico. Fu uno dei più grandi progetti scientifici e
tecnologici della storia e anche molto costoso. Il progetto avrebbe portato alla costruzione
delle prime bombe atomiche: quella testata il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel deserto del
New Mexico e le due sganciate poche settimane dopo su Hiroshima e Nagasaki. Ognuna
delle due bombe uccise all’istante decine e decine di migliaia di persone.

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